17 OTTOBRE 2005 VOLI LIBERI IMPRESSIONI DI LETTURA di Angelo Michele Latorre. “Scioglierai la ragione da catene in questa latitudine obliqua…” in altre parole in una linea immaginaria che ne attraversa trasversalmente più di una convenzionale, di quelle che l’uomo traccia parallele le une alle altre e che non possono rappresentare una realtà che invece ha intersezioni, profondità, dimensioni a tutto tondo. L’ossimoro, presente nella prima poesia della silloge, è la dogana ed il monito necessario per intraprendere il viaggio nel mondo-vita che l’ “anima poeta” della Vasselli ci mostra vivido e tagliente, utilizzando parole e strutture, non come strumenti descrittivi, ma come elementi del linguaggio che nei versi liberi assumono vita propria, colpendo il pensiero e l’ auto-coscienza di chi legge…una fotografia di un’emozione, la cesura tra il mondo reale e il nostro immaginario. E difficile, quasi impossibile trovare le motivazioni reali di una sofferenza che in alcuni scritti è resa evidentissima dalla Vasselli, è invece evidente la catarsi, l’esorcismo del pathos esercitato attraverso le parole, il cui eco si insinua nell’anima del lettore, come il vibrare di una corda nell’aria, pizzicata con violenza, che restituisce un rumore fino a quando esaurito l’eccesso di cinesi torna ad essere nota. Come le note, gli odori, le sensazioni, prendono vita in noi nel momento in cui le percepiamo, così alcune poesie di Roberta Vasselli assumono denotazioni spazio temporali nella nostra anima…innestano il seme del dubbio, della ricerca, delle grandi domande che non possono trovare risposte certe, quelle che si interrogano sullo scopo della vita e dell’esistenza… Una risposta, o meglio una idea essenziale, nelle poesie traspare: “Siamo un passaggio, un refolo di vento, di questa vita che ancora ci descrive” recita la Vasselli e ancora “nei nostri desideri volteggianti e liberi, ho edificato l’eternità sopprimendo il tempo“. Tuttavia in una poesia in particolare questo trasparire diventa vero e proprio apparire: la cito per intero: “Inizia da un punto l’universo e in un punto esso si dissolverà, Noi siamo punteggiatura varia fra galassie accese e spente, Un punto apre, un punto chiude. Fine”. E’ un chiaro riferimento al “muro di Planck” che in Fisica rappresenta il limite dove ogni nostra scienza si infrange e diventa pura metafisica: dal punto dal diametro infinitesimale di 10-33 centimetri , nell’arco di tre soli minuti si creano le basi della materia e le forze che la governano, si genera la “polvere di stelle” che costruirà le galassie, gli ammassi stellari, i pianeti, tutta la materia, compreso il nostro pensiero e la nostra coscienza. Siamo “punteggiatura varia” quindi, le nostre vite hanno durate inconfrontabili con l’età di quindici miliardi di anni dell’intero universo, non meno effimere della vita della falena, che nella raccolta recita: “sono morta. Vita di pochi giorni, dentro il forziere del vento”, o quella dell’ uccello migratore che in Nidi annuncia: “Non so dove l’ala mi sospingerà…Con me migra il gruppo, ma morirò solo, solo morirò in terra straniera”. Occorre chiedersi: come si sopravvive, in questo mondo-vita, in questo sistema filosofico, fatto di esistenza effimera? In una serie di poesie, A luci spente, Attesa e Resa, C’erano gocce di cera, l’angoscia e la disperazione sembrano indomabili, quando, come in Croce nera, “nel vento raggrinza e gonfia l’onda umida di scirocco, mentre stringe nubi d’acqua e di memoria” … eppure ci sono sprazzi di consapevolezza, di equilibrio, di semplicità e di attesa. La consapevolezza e la ribellione che fa gridare: “Se vedi un’ombra cacciala o sarà tua per sempre”, l’amore semplice che in Natale 2003 recita: “L’albero è spoglio mio Bambino…Nulla ho da darti, solo il mio bene e so, questo ti basta”. Fanno parte di questi sprazzi, alcuni versi che superano gli altri per melodia, trasporto, per la commozione che riescono a trasmettere, come in Mi prendi le mani fra i colori e Vieni ti porto con me. In altre poesie si intuiscono e in ogni caso mai troppo esplicitamente, momenti di vita personale, paesaggi usuali come in Venezia, tracce di paesaggio, persino tragedie “regionali” in Foibe e Vajont e ci si sofferma en passant su tragedie nazionali, come in Nassyria: Momenti di riflessione “sociale” intervallati a momenti di pura introspezione personale. Continua la consapevolezza che la nostra esistenza, per quanto effimera, debba essere condotta fino alla fine, perché è proprio attraverso l’esistere, i nostri desideri, che noi tendiamo la lenza per abboccare il tempo “come pesce che non può morire mai” e “noi diveniamo sapore, e noi siamo aria ed incenso”. I poeti come Roberta Vasselli, fotografano, come mi piace pensare, un’emozione, la bloccano su carta perché non sfugga, usano tutte le potenzialità del linguaggio, per restituire le sfumature di colore che la loro mente obbiettivo percepisce, ma, la fotografia finale, sarà sempre una inquadratura parziale del panorama che avevano inteso, chiunque, osservandola, inizierà ad immaginarne le parti tagliate…cercando di completarle. E’ in questa opera di integrazione ed osservazione che il lettore paga il fio, attraversa la dogana che lo conduce alla “latitudine obliqua”, in un viaggio che non ha fine e che realizza le proprie mete nel percorso, in una ricerca imperitura che ritroviamo nell’ultima poesia della silloge, che si ricollega idealmente alla prima: “Nel marmo che ora s’è fatto, scandito Pulsare. Li un cuore di strada vissuta, esistenza greve dell’attimo atteso, probabili felicità. Ora solo certi di questo cammino. E poi altre strade, forse”.